Prima che esistesse ufficialmente Nike SB nel 2002, Nike aveva già iniziato a sperimentare scarpe pensate per lo skateboarding. Nel Vault ufficiale Nike SB questo periodo è identificato come Pre-SB e comprende modelli come Snak, Air Lien Lo, Trog, Schimp e Zoom Scream. In questa fase non esiste ancora un packaging Nike SB riconoscibile: niente Orange Box, nessun codice o linguaggio visivo dedicato. Le scarpe appartengono a un contesto “pre-linea”, in cui Nike sta cercando di comprendere lo skate dall’interno e costruire le basi tecniche e culturali che porteranno alla nascita della divisione SB.
Fondata nel 2002 sotto la guida di Sandy Bodecker, Nike SB diventa rapidamente un punto di riferimento nel mondo dello skateboarding grazie a un approccio radicalmente diverso dal passato, basato sulla collaborazione con la community, sul rispetto della cultura skate e su una distribuzione selettiva attraverso skate shop specializzati.
È da questo momento che il packaging assume un ruolo centrale. Le scatole Nike SB non sono semplici contenitori, ma veri elementi narrativi. Ogni box identifica un’epoca precisa e racconta visivamente l’evoluzione del progetto SB, delle Dunk e del loro rapporto con skate, arte, musica e cultura urbana.
Frustrato e poco abituato al fallimento, il dirigente Nike Mark Parker decise di affidarsi a un collaboratore di fiducia per tentare un’ultima volta l’ingresso nel mondo dello skateboarding. Sandy Bodecker, figura storica e altamente rispettata all’interno di Nike, fece tesoro delle esperienze precedenti e scelse un approccio radicalmente diverso, concentrandosi sulla costruzione di relazioni con la community invece di imporre il marchio dall’alto.
Consapevole della diffidenza dell’industria skate nei confronti dell’ingresso di Nike, ogni aspetto del progetto SB venne sviluppato con il contributo diretto di addetti ai lavori: skate shop, media specializzati e persino altri brand del settore. Questa volta, le scarpe Nike SB sarebbero state distribuite esclusivamente attraverso skate shop core, una decisione strategica che si rivelò determinante.
Un altro elemento fondamentale fu la creazione di un team di skater selezionati con cura. Tra questi figuravano Danny Supa e Reese Forbes, ai quali venne data la possibilità di progettare le proprie Dunk di debutto. La prima ondata di release del 2002, conosciuta come serie Orange Box, andò completamente esaurita. L’interesse esplose rapidamente, alimentato dall’incontro tra il mondo dello skate e il nascente movimento degli sneakerhead.
Le collaborazioni con Supreme, Zoo York e Chocolate furono accolte con entusiasmo e contribuirono a consolidare l’immagine di Nike SB come progetto indipendente e controcorrente. La strategia di Bodecker si dimostrò solida e lungimirante: dopo quasi un decennio di tentativi e investimenti ingenti, Nike SB riuscì finalmente a ottenere quel successo immediato nel mondo dello skate che il marchio aveva a lungo inseguito.
La seconda fase del progetto Nike SB abbandonò la generica scatola arancione Nike a favore di un packaging finalmente progettato su misura. Il periodo della Silver Box è ancora oggi universalmente apprezzato dai collezionisti per l’originalità e la creatività delle release. Sulle scatole, spesso, l’unico elemento distintivo era il colore, e fu così che la community iniziò a dare nomi ai modelli con grande inventiva.
Una Dunk verde, disegnata dal nuovo rider del team Todd Jordan, divenne nota come la “Hulk”, mentre un paio di Dunk Low color oliva con lacci fluo vennero soprannominate “Jedi”, in riferimento alla spada laser di Yoda. Non tutti i nomi, però, erano lusinghieri: una Dunk caratterizzata da una combinazione cromatica di blu acceso, marrone sporco e verde bosco fu ribattezzata “Barf”, per via del suo aspetto giudicato poco armonioso.
Alcuni design di questo periodo si avvicinarono pericolosamente al confine della violazione dei marchi registrati, contribuendo ad alimentare l’aura “fuorilegge” che iniziava a circondare Nike SB. Se la Dunk Low “Homer” – omaggio non dichiarato ai Simpsons e al loro fan Matt Jenkinson – riusciva a muoversi entro i limiti legali grazie a un uso sottile dei colori, la “Heineken” Dunk superò quel confine. Rilasciata nel giugno 2003, la Dunk Low verde, bianca e nera colpiva per il suo impatto visivo, ma la stella rossa sul tallone attirò immediatamente l’attenzione dei legali del celebre birrificio, che intervennero con una diffida formale. Ritirata rapidamente dal mercato, la “Heineken” Dunk è oggi una delle release più rare di quell’epoca e continua a raggiungere quotazioni molto elevate. Per anni successivi, Sneaker Freaker ricevette lettere annuali da uno studio legale olandese che chiedeva di smettere di usare quel soprannome, richieste accolte con ironia e completamente ignorate.
L’era Silver Box segnò anche l’introduzione di modelli come E-Cue e URL. Queste scarpe all’avanguardia erano tra le più tecniche e resistenti del loro tempo. Tuttavia, probabilmente oscurate dal successo della Dunk, non riuscirono a ottenere un’adozione di massa e restano oggi una nota a margine dell’ingegnosità iniziale di Nike SB.
L’era Pink Box è definita soprattutto dalle collaborazioni con skate shop e icone musicali. Il negozio HUF di San Francisco progettò una Dunk High in pelle screpolata con inserti tie-dye, un chiaro riferimento all’anima hippie della città. A Londra, Slam City Skates optò invece per puntali in gomma e Swoosh soggetti a usura, pensati per rivelare uno strato di pelle blu brillante sottostante. Nike SB tornò a sfiorare la controversia con una Dunk ispirata all’estetica Tiffany di Diamond Supply Co., caratterizzata da inserti in finto alligatore. Arrivarono anche collaborazioni musicali eclettiche con Melvins, Unkle e De La Soul: quest’ultima presentava grafiche lenticolari tratte dalla copertina di 3 Feet High and Rising. Ricche di creatività e dettagli raffinati, queste release apparivano più come opere d’arte che come semplici scarpe.
Al di fuori della Dunk, SB rifletté sulle esperienze precedenti nel campo delle sponsorizzazioni firmando nel 2005 Paul Rodriguez con un contratto multimilionario. Il giovane skater divenne così il primo atleta Nike a ricevere un modello pro dedicato. La Zoom Air Paul Rodriguez, meglio conosciuta come P-Rod 1, fu apprezzata per le sue prestazioni nello skate e per lo stile solido. Collaborazioni con Futura 2000 e Stash contribuirono al successo, così come la J-Rod, una reinterpretazione firmata dal designer Nike Tinker Hatfield. L’uso dell’elephant print e la presenza del Jumpman sulla linguetta resero questo modello uno dei più ambiti dell’epoca.
Tra tutte le release Pink Box, la “Pigeon” Dunk Low fissò il nuovo standard dell’hype. Disegnata da Jeff Staple e venduta esclusivamente a New York, fu l’ultima uscita della serie ultra-limitata City Pack. Solo 30 paia furono rese disponibili presso il negozio Reed Space di Manhattan. Attirati dalla prospettiva di guadagni rapidi, sneakerhead e street hustler si riversarono davanti allo store, costringendo l’intervento della polizia di New York per evitare disordini.
La scena finì sulla prima pagina del New York Post, segnando l’ingresso definitivo della sneaker culture nel mainstream. Ancora oggi, la “Pigeon” Dunk venduta da Reed Space continua a essere scambiata a cifre a cinque zeri.
Con la Dunk-mania ormai sotto gli occhi di tutti, l’interesse per le sneaker esplose ulteriormente. I prezzi già elevati del mercato secondario aumentarono vertiginosamente con l’arrivo di una nuova generazione di sneakerhead. L’elevata domanda e la scarsa disponibilità favorirono la proliferazione di contraffazioni di qualità discutibile. In risposta, forum come N-SB iniziarono a pubblicare guide dettagliate per riconoscere i modelli autentici.
L’hype, tuttavia, non ebbe solo risvolti negativi. Intorno alle sneaker si svilupparono espressioni creative che rafforzarono l’idea di una cultura più ampia del semplice prodotto. Nel giugno 2005 l’artista I Have Pop realizzò un’installazione guerrilla collocando segretamente Dunk in cemento davanti a boutique come Undefeated, Solebox e DQM. Gabriel Urist creò minuscole collane a forma di sneaker in oro, mentre il pittore Dave White ottenne riconoscimento per le sue interpretazioni espressioniste delle Dunk. Eventi come Sneaker Pimps unirono musica, arte e calzature in un format itinerante che contribuì a diffondere la cultura sneaker a livello globale. Anche i brand streetwear colsero l’occasione, con etichette come KIKS TYO, Sneaktip e Mike che assorbirono e reinterpretarono quell’estetica.
Alla fine del 2005 arrivò anche una serie di Dunk esclusive per il Brasile. Inizialmente distribuite in una scatola color crema e marrone contrassegnata dalla sigla EMB, le prime release proponevano colorazioni semplici come la versione “Miami” e una Dunk Low “UNLV” soprannominata Ultraman. Con il passare degli anni, le edizioni brasiliane divennero sempre più elaborate, soprattutto nella terza serie del 2008. Progettata con il contributo dei rider SB brasiliani Cezar Gordo, Fabio Cristiano e Rodrigo Petersen, la collezione rendeva omaggio al classico Sony Walkman. Le quantità prodotte furono estremamente limitate.
L’era Black Box rappresentò una fase complessa per Nike SB. L’interesse speculativo da parte degli sneakerhead iniziava a sovrastare il manifesto originale di Sandy Bodecker, pensato esclusivamente per lo skateboarding. Le Dunk apparivano sempre più destinate a essere accumulate in attesa della rivendita online piuttosto che consumate nei skatepark. Un apparente aumento dei volumi di produzione contribuì a ridurre progressivamente il valore percepito del progetto SB, e molte release finirono per essere fortemente scontate.
Dal punto di vista stilistico, diversi modelli di questo periodo furono criticati per un’eccessiva ricercatezza. L’utilizzo di pelle verniciata e pelliccia sintetica venne giudicato non solo fuori luogo, ma in contrasto con l’essenza stessa dello skateboarding. Nonostante ciò, le collaborazioni con Dinosaur Jr., MF DOOM e la band olandese C-Mon & Kypski mantennero vivo il legame tra SB e il mondo della musica. Tuttavia, solo poche release Black Box riuscirono a replicare il successo commerciale delle generazioni precedenti, tra cui la “SBTG” realizzata dal customizzatore singaporiano Mark Ong e la “Send Help” firmata da Todd Bratrud di Consolidated Skateboards.
A merito di Nike SB va riconosciuto il continuo impegno nell’innovazione tecnica. Considerata l’erede spirituale della E-Cue, la Zoom Tre era in grado di sopportare sollecitazioni estreme ed è tuttora ritenuta da molti la migliore scarpa da skate mai realizzata in termini di performance. Il modello venne ulteriormente migliorato nel 2008, durante l’era Gold Box, con l’introduzione della Zoom Tre AD. Nonostante le migliorie apportate in termini di flessibilità e calzata, la linea Tre venne dismessa poco dopo, senza particolari celebrazioni.
Nel corso degli anni Nike SB aveva fatto largo uso delle cosiddette release “inspired by”, attingendo a piene mani dalla cultura pop. Tuttavia, l’era Gold Box si aprì con una marcata riduzione delle collaborazioni: appena due nel primo anno, un fattore che contribuì a rallentare sensibilmente la spinta dell’hype.
La situazione cambiò radicalmente alla fine del 2007, quando Nike SB presentò la nuova generazione in modo spettacolare. Per promuovere il suo primo lungometraggio dedicato allo skateboarding, Nothing But The Truth, SB lanciò una release commemorativa destinata a entrare nella storia: la “What The Dunk”.
Questo modello, sorprendente e volutamente eccessivo, riuniva in un’unica scarpa quasi tutte le release più significative dei primi cinque anni di Nike SB. Materiali come canapa, tweed e denim convivevano nello stesso design, dando vita a una sintesi visiva senza precedenti. Le prime reazioni furono contrastanti, soprattutto dopo la comparsa di numerosi falsi ancora prima della presentazione ufficiale del modello.
Il caos esplose definitivamente quando venne annunciato che la produzione sarebbe stata estremamente limitata e che la scarpa sarebbe stata distribuita esclusivamente nelle nove città che ospitavano le anteprime del film. Oggi le “What The Dunk” raggiungono quotazioni a quattro cifre, superando spesso il valore di molte delle release iconiche a cui rendono omaggio.
The Blue Box arrived in 2009. The Dunk was almost at the end of its hype cycle, and skate style was rapidly changing. SB team rider Stefan Janoski was pondering plans for his own radical low-tech pro model. Sporting a vulcanised sole with classical boat-shoe styling, complete with leather laces and minimal padding, the design was an intentional throwback.
In an interview with The Berrics, Janoski outlined his vision: ‘I wanted function over protection. Companies made amazing skate shoes before they knew they were making skate shoes. Then when they decided they wanted to make skate shoes, they’d add stuffing to the tongue, padding up the bottom and basically take out all the good parts and ruin it!’
The Janoski was a monster homerun, and it quickly surged to become one of Nike’s bestselling models of the time. Other Nike pros, including Omar Salazar and Brian Anderson, also released signature models, but nothing would ever compare to the number-crunching success of Janoski’s humble boat shoe.
Skate veteran Eric Koston shocked the industry in 2009 when he walked away from his freshly inked endorsement deal with Lakai to sign with SB. Knowing he was a major fan of the LA Lakers, SB reached out to Nike Basketball to produce a once-in-a-lifetime colab with Kobe Bryant. Two versions of the Eric Koston 1 were created. One featured an upper inspired by the Zoom Kobe VI, the other was an extra-special version that fused a Kobe VI upper to the Koston 1 sole unit. Limited to just 24 pairs, this Hyperstrike release came packaged in a functional wooden humidor.
Koston would go on to have a legion of shoes attached to his name, including several Air Max-inspired designs, but none of them was able to find a memorable groove. In 2016, the Koston 3 Hyperfeel released fitted with an extended sock device, polarising fans with its awkward profile.
Aside from changes to the tongue padding, the core construction of the Dunk SB remained unchanged until 2011, when a complete overhaul was ordered. The Dunk NT (‘new tooling’) introduced heel lining pods, injected Phylon midsoles and a completely reengineered outsole design.
Nel 2011 Nike SB adottò il design della Taped Box, segnando una nuova fase nella distribuzione del brand. In questo periodo vennero progressivamente eliminate le restrizioni che prevedevano la vendita esclusiva dei prodotti SB attraverso canali skate dedicati. Parallelamente, l’hype attorno alla Dunk si era in gran parte attenuato.
Nonostante ciò, durante l’era Taped Box arrivarono alcune release ben accolte, tra cui una collaborazione ufficiale con Levi’s e una rivisitazione della Supreme Dunk Low originale. Tuttavia, iniziava a diventare evidente che Nike SB aveva perso parte dell’aura da “superstar” che aveva caratterizzato i suoi primi anni.
Nel 2014 Nike SB inaugurò una nuova fase della propria storia. Con l’ingresso nell’era Tiffany Box, il brand iniziò a guardare consapevolmente al proprio passato nel tentativo di ritrovare la scintilla degli anni iniziali. La prima metà dell’anno portò alcune release inaspettatamente molto ricercate, tra cui la riedizione high-cut della “Tiffany” Dunk di Diamond Supply Co.
In parallelo, SB colmò una lacuna importante nella storia dello skateboarding Nike introducendo ufficialmente la Air Jordan 1 all’interno della linea SB. Un modello venne progettato dalla leggenda di Dogtown Craig Stecyk, mentre gli altri due furono affidati a Lance Mountain, icona della Bones Brigade. Le classiche colorazioni “Bred” e “Royal” della Jordan 1 vennero proposte in versione spaiata e ricoperte di vernice, un chiaro omaggio ai giorni di gloria della AJ1 negli anni ’80. Questo tributo alla storia del modello rappresentò un momento particolarmente significativo per l’identità SB.
Dal punto di vista delle prestazioni, Nike SB continuò a sperimentare anche sulla Dunk. Nel 2015, su richiesta del rider Ishod Wair, venne introdotta una nuova variante con imbottitura interna ridotta. Nel 2017 arrivò la revisione più radicale fino a quel momento con la Zoom Dunk Elite Low, che riprogettava completamente ogni aspetto della scarpa. A quindici anni dalla nascita di Nike SB, la Zoom Dunk Elite Low fece il suo debutto nella stessa sobria combinazione di grigio e blu utilizzata per il primo prototipo di Dunk SB.
A partire da gennaio 2020, Nike SB ha identificato tutte le release come appartenenti all’era Striped Box. In linea generale, la Striped Box è stata riservata alle uscite Quickstrike e alle collaborazioni, mentre la Purple Box ha accompagnato le colorazioni general release. La Orange Label Box, invece, è stata destinata ai prodotti distribuiti esclusivamente attraverso skate shop selezionati. Non sono mancate alcune anomalie nella distribuzione e nel packaging, dovute all’impatto della pandemia di COVID-19, alla disponibilità limitata di materiali e ai costi di produzione più elevati della Striped Box, sensibilmente superiori rispetto alle altre soluzioni.
L’era Striped Box verrà ricordata per un equilibrio tra collaborazioni radicate nella cultura skate e partnership di grande visibilità. Nike SB ha coinvolto realtà storiche come Concepts, Sean Cliver e Todd Bratrud, aprendosi allo stesso tempo a collaborazioni con figure di rilievo della cultura pop come Travis Scott.
Un tempo percepita come l’anima ribelle dell’industria sneaker, durante l’era Striped Box Nike SB ha adottato un approccio più strutturato e ufficiale alle collaborazioni. Sono ormai lontani i tempi delle uscite che sfioravano i limiti della violazione del copyright: in questa fase, il brand ha scelto di operare con autorizzazioni formali, collaborando apertamente con realtà come Ben & Jerry’s, Gundam e Grateful Dead.
Questo periodo è stato anche caratterizzato da una continua reinterpretazione dello Swoosh, utilizzato come elemento narrativo e creativo. Modelli come la Oski SB Dunk High, con riferimenti al mondo degli squali, e la Chunky Dunky, con uno Swoosh che sembra letteralmente colare, hanno dimostrato la volontà di spingersi oltre i codici tradizionali del design.
Nel complesso, l’era Striped Box rappresenta uno dei capitoli più prolifici e sorprendenti nella storia di Nike SB. Un periodo che ha consolidato il ruolo della Dunk SB come oggetto culturale globale. Questa fase si è ufficialmente conclusa nel 2023, lasciando spazio a una nuova direzione espressiva e progettuale rappresentata dalla Sail Box, che segna l’attuale capitolo della storia Nike SB.
Introdotta nel marzo 2023, la Sail Box rappresenta una nuova fase nella storia di Nike SB, caratterizzata da un ritorno all’essenzialità. Il colore neutro e la grafica minimale segnano un distacco visivo dalle box più riconoscibili del passato, riflettendo un approccio più maturo e consapevole.
In un periodo in cui la Dunk SB è ormai un’icona consolidata, la Sail Box accompagna un momento di normalizzazione del progetto SB, in cui il focus si sposta dall’hype alla continuità. Il packaging diventa più sobrio, quasi istituzionale, lasciando spazio al prodotto e alla sua funzione piuttosto che all’impatto grafico.
La Sail Box convive con altre varianti di packaging contemporanee, adattandosi a esigenze produttive, distributive e di mercato mutate nel tempo. Più che rappresentare una rottura, questa box testimonia l’evoluzione naturale di Nike SB in una fase storica in cui la linea non ha più bisogno di affermarsi, ma di consolidare il proprio ruolo all’interno della cultura skate.